Tre multimilionari ci spiegano la volontà del popolo. Sorprendentemente, non ci riescono.
[Nota importante: questo articolo è stato scritto nell’agosto del 2022, e vede per la prima volta la luce qui, su questo blog, adesso che i Muse ne stanno facendo uscire un altro, di disco. Farei volentieri una battuta sui quattro anni di gestazione, roba che manco gli elefanti eccetera eccetera, ma in realtà dalla prima stesura è rimasto sostanzialmente invariato. Leggete a vostro rischio e pericolo >:D]
A volte, quando capita di provare a dedurre i processi logico-creativi che possono aver portato alla genesi di certi brani, mi immagino i Muse rivestire i panni dei tre sceneggiatori di Boris:
“Qui l’album cala in modo disperante, disperante.”
“Fermi tutti. C’ho un’idea. Facciamo ‘na roba anni ‘80, tipo Simulation Theory ma più tamarra, in cui parliamo della minaccia dei poteri forti e ripetiamo il titolo del brano diciotto volte. Così, de botto, senza senso.”
“Genio!…”
…ed è così, signori e signore, che nacque Compliance.
[Scusate.]
Stando a un saggio di approfondimento che ho comprato l’anno scorso* (Love is our resistance: testi commentati di Emanuele Binelli Mantelli, ndA), Matt Bellamy è sempre stato un avido lettore. Tant’è che dietro ai testi dei Muse sembrano esserci pile di libri: dagli spunti di fisica teorica di Hyperspace agli studi cospirazionisti di Ruled By Secrecy fino all’attacco alla finanza internazionale di Confessioni di un sicario dell’economia. Persino l’album The Resistance è un’allegoria di 1984 mista ad altri tomi di natura politica. Non tutto ciò che dice è frutto di ricerche ben fatte – si veda la parentesi complottista di Black Holes And Revelations, in cui una canzone contro la guerra in Iraq si alterna a un’accusa alla regina Elisabetta di essere una rettiliana –, ma se non altro sono sempre state le elucubrazioni schiette di un autore senza peli sulla lingua.
Ciò è molto interessante, ma non spiega perché, nella title track del nuovo album, il nostro Matteo di fiducia si limiti a copia-incollare Uprising, privarla dei riferimenti orwelliani, sputarci su un “volontà delle pecore” e dichiararla il migliore songwriting della propria discografia.
Pur con tutte le giustificazioni a posteriori del mondo – su come questa canzone era per scherzare, su come era tutta un’ironica presa di posizione sul populismo eccetera eccetera –, infatti, la radiofonica Will Of The People apre il disco omonimo con un fil rouge che, ahinoi, ne attraversa quasi tutti i dieci brani: di qualsiasi cosa parli, lo fa a cazzo di cane.
Per carità, eh — ho detto quasi. La ballata Ghost (How Can I Move On) e il singolo You Make Me Feel Like It’s Halloween comprendono forse i testi meglio riusciti; la delicatezza delle loro tematiche, però – il lutto di chi ha perso qualcuno nella pandemia e la grottesca comparatio fra violenza domestica e cinematografia horror – è una goccia in un mare di concetti già affrontati e brutalmente appiattiti da una pressa di inerzia creativa, che dice di parlare di tutto senza, in realtà, parlare di niente. Liberation allude alle proteste Black Lives Matter, ma butta il discorso in caciara con uno sconclusionato guess we should thank you for playing your part in our liberation (chi mai dovrebbero ringraziare i manifestanti, Matt? Perché?); Euphoria sfiora il malessere psicologico da lockdown perdendo l’enorme occasione di risultare incisiva. Tocchiamo vette di tragicomicità con la ending track We Are Fucking Fucked, ossia un coagulo di turpiloquio (che fino ad ora avevamo sentito solo in una hidden track e in uno scherzo televisivo del 2001, il che la dice lunga) e di elenchi di problemi: c’è la guerra, c’è il cambiamento climatico, ora c’è pure un virus!, signora mia, dove andremo a finire?
Il punto, però, non si deve affatto individuare in una carenza di idee. Anche nel corso di questi ultimi anni di caos, infatti, Bellamy ha avuto da dire la sua: nel 2020 ha sostenuto il movimento Black Lives Matter, promosso donazioni a enti benefici, condiviso e commentato una serie di notizie e previsto la fine di Trump con mesi di anticipo (“voglio proprio vedere quando perderà le elezioni e s’inventerà che erano state truccate”, scriveva sui social a giugno). In una recente intervista al Guardian ha descritto per filo e per segno le sue attuali ideologie socio-politiche, dichiarandosi “metacentrista”, qualunque cosa voglia dire**.
Il problema di Will Of The People è, piuttosto, la mera paura di osare — fattore percepibile come non mai sul lato musicale del disco: abbiamo una quota Queen, un riff che strizza l’occhio a MK Ultra, un pezzo etereo con gli arpeggi di piano (come quelli presenti nelle alternative version di Simulation Theory: non è vero che non l’avevi mai fatto, Matte’) e via dicendo. L’album doveva inizialmente essere un Greatest Hits, e si sente.
Anche qui, si vede che i Muse sono perfettamente in grado di dare molto di più. Lo capiamo da Won’t Stand Down, che porta una ventata di novità abbinando una intro à la Take On Me a un breakdown metal; dai sottotoni industrial di Kill Or Be Killed, clamorosa in live e indubbiamente il fiore all’occhiello del disco; da Verona, semplicemente uno splendore musicale, se ignori la fastidiosa paraculaggine delle lyrics dietro all’estetica da star-crossed lovers (ed ecco riapparirti in sogno gli sceneggiatori di Boris: “Dunque, abbiamo scritto le canzoni col solito metodo della composizione democratica, tale per cui parliamo per trentasei minuti di questi misteriosi LORO che ci vogliono togliere le nostre libertà, in modo tale che poi andiamo bene sia ai no-vax sia agli stagisti schiavi sia agli elettori di Giorgia Meloni—”).
Will Of The People avrebbe potuto fare tantissimo con le premesse di cui disponeva e con l’audacia che da sempre, nel bene e nel male, caratterizza i suoi autori — i quali, tuttavia, hanno preferito crogiolarsi in un senso del generico, sia sonoro che testuale, che fa comodo perché più appetibile, ma che toglie molto alla qualità finale del prodotto; a giudicare da esso, sembra infatti che Bellamy, piuttosto che riflettere sul contesto in cui vive, abbia fatto zapping svogliatamente fra un notiziario e l’altro dalla sua villa di Los Angeles, si sia voltato a guardare le proteste fuori da casa sua e abbia pensato “lol”, anche se non è così. Peccato.***
Appendice: note dalla me del futuro, cioè del presente, insomma avete capito
[*ovviamente “l’anno scorso” si riferisce al 2021, essendo questo articolo risalente al 2022. Da allora ho usato codesta Bibbia per un altro articolo un po’ migliore, e forse la userò anche in un futuro neppure troppo remoto.
**poi l’ho capito, più o meno, cosa vuol dire “metacentrista”. È tipo un Terzo Polo “oscillante” (ipse dixit) tra idee liberali e socialdemocratiche, tipo governi decentralizzati, imposte sul valore fondiario e tetti all’espansione delle multinazionali, ma con la convinzione che a rottamare lo status quo saranno le big tech del metaverso, la Silicon Valley, l’IA, quella roba lì. Lo so perché Bellamy ha avuto una parentesi da fan sfegatato degli NFT che ha cercato di vendere anche ai fan dei Muse senza riuscirci, e perché recentemente ha detto di aver cambiato idea (meglio tardi che mai?).
***che comunque non è detto che l’unico modo per fare storytelling sulle proteste sia il cantautorato serio e poetico — si può parlare di disastri d’attualità pure con la satira più grottesca. Peccato che, così come non è Bob Dylan, Bellamy non è manco Trey Parker e Matt Stone, al netto del metacentrismo e della passione per i Monty Python.]

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