La tentazione di chiamarlo “manifesto” era forte, però insomma, chi mi credo di essere? È un blog, mica una rivoluzione culturale del ‘900, plachiamoci n’attimo
Ordunque. Si comincia.
Mi sembra così strano, scrivere ufficialmente il primo post di questo nuovo progettino. Dopo mesi passati a lavorarci, intendiamoci, facendo slalom tra un’esame e l’altro, tra un articolo un attimino più importante e l’altro, tra un impegno e un ripensamento e mille subreddit su come mettere in piedi un sito senza avere una laurea in ingegneria informatica (quasi impossibile, sembrerebbe).
Ad ogni modo, finché riesco a tenere su ‘sta baracca, siamo qui.
Another Music Ramble non è un magazine. È un blog, perché è da quando avevo tredici anni che volevo averne uno, ed è una pagina Instagram, perché mi piace convincermi di saper fare le infografiche. È un angolino felice per fare riflessioni culturali, particolarmente sul nostro rapporto con quelle combinazioni di suoni che ci fanno provare cose, meglio note nel loro insieme come “musica”.
“Ma di grazia”, chiederanno i miei primi lettori, “cosa ti spinge a creare un sito in ambito culturale nell’anno domini 2026, in cui l’attenzione collettiva è ai minimi storici, nessuno legge più niente, nessuno clicca più sui siti perché l’IA si è messa a fare i riassuntini, e causa IA e disinformazione nessuno sa più cosa sia reale?“
Be’, cari prodotti della mia immaginazione che chiamo “lettori”, avete ragione. È vero che l’addetto ai lavori medio è il meme del cane circondato dalle fiamme che dice “this is fine”, ed è vero che nessuno ha idea di dove minchia andremo a finire. È però anche vero che oggi l’IA sa fare un po’ di cose, ma non altre.

Ad esempio, l’IA non sa fare argomentazioni che non siano furti di pensieri umani sbrindellati e tenuti insieme con lo sputo, in un equilibrio talmente pericolante che spesso i singoli brandelli non hanno neanche più il senso di prima. E il massacro non risparmia ciò che non è quantificabile — ciò che gli umani continuano a creare e fruire perché ne hanno un inspiegabile bisogno dall’alba dei tempi, meglio noto nel suo insieme come “arte”.
(Questa doveva essere una pausa a effetto per passare alle cose serie, tipo la “Music” in Another Music Ramble, ma poiché nel tempo libero amo torturare verbosamente il prossimo, ecco a voi un altro po’ di “Ramble”).
Dicevo, l’IA non ha una personalità, perché è una poltiglia indefinita di quelle altrui; e non sa cosa significhi essere una persona, perché è la simulazione acerba di una rete neurale, e le persone non può andare in giro a conoscerle nel loro essere, fastidiosamente, meravigliosamente, visceralmente, persone. L’IA non ha pensiero critico, e se continuiamo a correre dietro agli algoritmi del doomscrolling senza distinguere tra informazione e rumore di fondo – l’ultimo gossip non verificato, l’ultima “tendenza” che dovrebbe prima finire per essere compresa, l’ultimo fenomeno culturale su cui tutti vogliamo avere un’opinione perentoria perché ci siamo appena accorti che esiste – il senso critico non l’avremo più nemmeno noi.
Ok, scusate, ora cerco di riassumere tagliando qualche subordinata.
Il punto di ‘sto pippone non è “a morte l’IA” (la tecnologia cambierà sempre, e dovremo sempre imparare a conviverci). Il punto è: mi sono ritagliata questo spazio – un posticino per fare approfondimenti culturali – perché, nell’anno domini 2026, sento che avrebbe un valore.
(Sì, questa è una pausa ad effetto, adesso potete alzare le sopracciglia o mandarmi affanculo intanto che penso al prossimo sottotitolo.)
Si parla un sacco di quale dovrebbe essere la strategia di sopravvivenza per scrivere in un mondo di cervelli artificiali e gente che non legge più: secondo me se ne parla male. Non credo che la soluzione sia cambiare la forma (se cambiamo collettivamente standard di buona scrittura, l’IA non farà che apprendere quello nuovo, in un circolo vizioso di dolore inutile). Né credo serva rassegnarsi a parlare da soli aspettando la fine, dicendoci quanto siamo bravi e arguti e ignorando la gente che forse non è (solo) che non sa più leggere, ma è (anche) che, in un mare di articoli sottopagati, deontologia sacrificata sull’altare del purché ci clicchino sopra e scarsa voglia di approfondire il contemporaneo, non trova più niente che valga il suo tempo.
“Approfondire il contemporaneo”: mi piace questa espressione (segue gongolamento compiaciuto). Conviviamo con riluttanza in un casino in cui tutti sanno qualcosa appena succede, succedono troppe cose assieme, non ci capiamo più niente (questo è il mio momento per fare la nerd e sottolineare che si chiama “overload informativo”), ma su questo “niente” ci costruiamo le discussioni più agguerrite. Scannandoci, manco fossimo in una giungla cablata. In questo disastro di incomprensioni e uga uga irrisolti, servono oasi di pace: e anziché fomentare il peggio o crogiolarsi nel rimpianto, un buon articolo DEVE cogliere ciò che manca all’appello.
I valori di Another Music Ramble (qui proposti in versione prêt-à-porter, facilmente schiaffabile su PowerPoint aziendale)
- Another Music Ramble è vissuto.
Scrivere online mi ha insegnato che spesso l’arte si capisce solo andando a toccare un po’ di proverbiale erba. In un 2026 in cui si dice che noi figli del nuovo millennio siamo sempre più attratti dall’analogico, e in un panorama musicale che ormai si regge quasi solo sui concerti, è importante esserci, soprattutto offline.
- Another Music Ramble è elaborato.
Reality check: non tutte le opinioni sono equamente sensate — neanche nel non scientifico, tipo ascoltare un album per cercare, quasi sempre invano, di coglierne l’impatto culturale prima che siano passate una o due generazioni, e nonostante le millemila pagine che lo bolleranno come “iconico” a mezzanotte e un minuto del venerdì in cui è uscito. Ci proverò comunque, perché mi piace fare l’avvocata delle cause perse. Per tutto servono prove, a prescindere da cosa vogliamo argomentare.
- Another Music Ramble è ponderato.
Il fatto è che a questa storia che bisogna commentare tutto e subito non credo poi moltissimo, quindi qui praticherò l’antica arte del pubblicare solo quando penserò di essermi fatta un’idea chiara del fenomeno del giorno (che a quel punto non sarà più del giorno, ma per l’appunto mica son qui a fare le notizie); salvo imprevisti, perché ogni tanto cazzeggiare consapevolmente fa pure bene (vedrete).
- Another Music Ramble è personale.
Un paio d’anni fa, a una masterclass di giornalismo, mi dissero che il futuro sarebbe stato avere un taglio diverso per ogni firma. Intanto che penso a come incanalare la mia ingombrante personalità in maniera socialmente accettabile su canali più “istituzionali”, qui mi prenderò la libertà di buttare al cesso ogni singola regola sulla morte redazionale dell’ego (anche perché non c’è una redazione, questo è un one-woman-show). Avere una natura informativa sul piano del contenuto non esclude avere un ✨estro creativo✨ su quello stilistico!
- Another Music Ramble è interpersonale.
Mi piace pensare che, da qualche parte in rete, ci siano ancora persone con cui parlare sia bello. Persone che ascoltano un disco e ci pensano per giorni interi. Persone che scalpitano per esprimere opinioni che vadano oltre la polarizzazione sempre più futile dei dibattiti online. Persone che non ne possono più di leggere post in cui tutto è sempre bello, tutto è sempre brutto, tutto è sempre mid. Ecco, penso che oggi i media fatichino a dialogare con queste persone, e a costo di non riuscirci vorrei comunque cercarle io.
Poi magari non ci ho capito un cazzo, ma come direbbe mia nonna, finché non fai non sbagli.
“Buon per te. Adesso, se hai finito di trastullarti con queste menate, ci dici cosa minchia scriverai su ‘sto sito?”
Be’ (segue cipiglio leggermente offeso — questo sottotitolo dovrebbe proprio andare sulla pagina “About” a scoprire cosa vuol dire “ramble”),
Allacciate le cinture, lettori immaginari, e andate a dire ai vostri amici più o meno nostalgici del niche web (so che li avete, oggi sono tutti noiosamente nostalgici degli anni 2000) che c’è un nuovo sceriffo impreparato nella città metropolitana dell’Internet!
Questo è Another Music Ramble, un blog sarcastico e autoreferenziale per interrogarci non tanto sulla musica in sé, quanto per il modo in cui riflette e si fa protagonista delle nostre vite, dall’io interiore racchiuso nella nostra cameretta fino a dinamiche culturali e sociali. Qual è il volto del rock delle nuove generazioni? Quali sono le sfide e le opportunità delle scene locali? Cosa significa per un artista farsi strada in un oceano di mass media, subculture e tendenze che mutano in maniera sempre più rapida? Come cambiano, in questo casino, il modo in cui scegliamo, compriamo e assimiliamo i prodotti musicali, e il modo in cui ci rapportiamo alle persone che li realizzano?
Ok, come al solito faccio troppe domande. Allora meglio partire da una sola:
cosa significa la musica per chi la consuma?
(Boom. Che finale. Adesso sicuramente il mio prof di italiano del liceo non potrà più dire che scrivo finali posticci. Anche se me lo disse per un singolo tema in cui scrissi effettivamente un finale posticcio.)
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